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  • scarpe
  • sintetico
  • il tallone misura circa 4 pollici
  • fibbia regolabile con cinturino alla caviglia
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  • tacco a spillo
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Medicinali Come fare correttamente una iniezione intramuscolare
Posted By: Allhqfashion Donna Fibbia Rotonda Punta Chiusa Tacco Alto Alla Caviglia Argento 37
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Capita a volte di avere, noi stessi o ad alcuni nostri familiari, dolori o patologie momentanee che richiedono di praticare delle iniezioni intramuscolari. A volte siamo costretti a rivolgerci al medico più volte al giorno, o a qualche amico o vicino di casa che per esperienza e pratica ha maggiore dimestichezza con le iniezioni.

Ma è poi così difficile fare correttamente una iniezione intramuscolare? Tutti possono imparare?

Fare correttamente una iniezione intramuscolare non è molto difficile, serve solo un po’ di senso pratico, la mano ferma e non essere particolarmente sensibili agli aghi.

Vediamo nel dettaglio cosa dobbiamo fare per eseguire correttamente una iniezione intramuscolare.

Che cos’è una iniezione intramuscolare

Con questo tipo di iniezione si permette al medicamento di raggiungere la massa muscolare e da qui poi espandersi nel resto del corpo. Si iniettano nel muscolo solitamente delle soluzioni acquose, delle sospensioni ed alcune volte degli oleosi. Si ricorda che devono essere iniettati solo ed esclusivamente farmaci indicati esclusivamente dal medico curante.

Cosa serve per fare una iniezione intramuscolare?

Prima di cimentarvi nell’iniezione vera e propria dovete avere tutto a portata di mano:

1 siringa monouso, in confezione sigillata e sterile il farmaco da iniettare 1 tamponcino di cotone o garza imbevuto di disinfettante

Al momento dell’acquisto fatevi consigliare dal farmacista la siringa più adatta al prodotto che dovete iniettare. Le siringhe non sono tutte uguali, hanno capacità contenitive differenti e anche le dimensioni dell’ago variano a seconda dell’uso. Per esempio un prodotto oleoso ha bisogno di un ago un po’ più grande rispetto a una soluzione liquida.

Come preparare il farmaco nella siringa

Per prima cosa lavarsi accuratamente le mani, posizionarsi un un posto comodo e tranquillo. Leggere attentamente le indicazioni e la posologia del farmaco. Alcuni farmaci vanno mescolati, altri sono pronti all’uso. Assicuratevi anche della quantità di cui avete bisogno.

Controllate che l’ago sia ben calzato sulla siringa.

Aspirate il farmaco con la siringa e quindi estraete l’ago dalla fiala o dal contenitore facendo attenzione a non toccarlo con le dita e senza appoggiarlo su superfici che non siano sterili.

Mettete la siringa in posizione verticale, con l’ago rivolto verso l’alto. Picchiettatela sul contenitore in plastica con il dito indice, in modo da far salire verso l’alto eventuali bolle d’aria. Fate quindi fuoriuscire dall’ago, spremendo leggermente lo stantuffo, un paio di gocce di prodotto. In questo modo l’iniezione è pronta.

Dove iniettare e in che posizione mettere il vostro paziente

Se siete alla vostra prima iniezione è meglio che il paziente sia steso a pancia in giù, in posizione comoda e rilassata. In questo modo eviterete anche che preso dalla tensione il paziente si muova nel momento in cui inserite l’ago. Quando avrete più pratica e siete sicuri del vostro paziente, potrete anche iniettare con il paziente in posizione verticale. Il luogo migliore e più facile sul corpo umano per eseguire una iniezione intramuscolare, è il sedere. Tracciate in modo immaginario sul gluteo una croce, in modo da ottenere 4 rettangoli. Il rettangolo in cui dovete iniettare è quello superiore esterno.

Come iniettare

Massaggia con il cotone imbevuto di disinfettante la parte interessata. Questo serve per rilassare il paziente e per disinfettare la cute.

L’ago deve essere inserito quasi completamente nel gluteo con un movimento rapido. La siringa deve avere un’inclinazione di 90° rispetto alla pelle. Non esitate, siate rapidi nel bucare la pelle.

Spingete lo stantuffo in modo deciso, ma non eccessivamente rapido in modo da far uscire il farmaco direttamente nel muscolo. Se il farmaco è particolarmente oleoso lo stantuffo risulterà duro. Spingete con decisione, ma anche molto lentamente.

Una volta iniettato tutto il farmaco estraete con decisione l’ago dalla pelle e tamponate il foro d’entrata con il tamponino disinfettante. Evitate di massaggiare la parte.

Foto tratta dal sito picsolution

Elena

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18.04 – 18.05.2014

Antonio Colombo inaugura per Little Circus, spazio interno alla galleria dedicato a progetti speciali, la mostra personale di Pastorello intitolata Come Pittura . Le nuove opere, appositamente realizzate per la mostra, nascono dall’osservazione di due tradizioni pittoriche differenti, quella cinese e quella italiana del 1200/1300. La prima, leggera e priva di profondità prospettiche, caratterizzata dalla calligrafia, dall’essenzialità del gesto pittorico, con una predilezione nei confronti della natura e del paesaggio, la seconda più votata alla rappresentazione, alla costruzione del disegno e alla definizione del volume. Con una semplice invenzione l’artista ha cercato una sintesi fra le due maniere pittoriche utilizzando diverse tonalità di colore nello stesso pennello. Questo gli ha permesso di non rinunciare né al gesto pittorico immediato, calligrafico né al senso di profondità e alla definizione del volume. Il contrasto tra volume e bidimensionalità che si incarna nelle sue tele, spesso in forme astratte proprio per sganciare l’atto pittorico da una lettura allusiva e simbolica, alimenta mondi sospesi, teoremi seducenti in cui si identificano in perfetta sovrapposizione bellezza fisica e perfezione mentale. Attraverso un’estetica limpida e ricca la sua pittura indaga il creato e la rappresentazione, il paesaggio e chi lo abita, costruendo attraverso nuove opzioni combinatorie visioni sempre stranianti e a volte surreali.

Scrive l’artista a proposito della mostra: “La pittura è un’immagine senza corpo, piatta e statica. E’ evoluta perché è antica. E’ seducente ma, sempre giovane e ingenua, si lascia sedurre. Una bambina che cresce, promette quello che sarà o che potrà essere, sogna, tradisce. Vuole. E’ una vecchia che conosce tutti i trucchi dell’inganno. Profondità e volume. E’ potente. Il pittore è uno strumento. Inconsapevole produce immagini e la pittura lo domina. Irretito dalla magia crea segni che non significano, che sono solamente ciò che sono: colore. Non dice, guarda e fa vedere. Si meraviglia. Non si sa come, su una tela bianca appare un altro luogo, un’altra natura; con regole e leggi tutte sue, tutte da trasgredire. Chi guarda è complice perché sa che è solamente colore ma, come per i sogni, dà un senso, crea e si lascia trarre in inganno. Vede la forza che piega la forma e ne accetta la menzogna. La pittura è l’immagine che vuole esistere, in una nuova forma, ancora, ancora e ancora. La pittura è pittura.”

Giovanni Manunta, in arte Pastorello, è nato a Sassari (1967), vive e lavora tra Sassari e Roma. Tra le principali mostre personali segnaliamo: nel 2011 Giovanni Manunta Pastorello, Galleria Marconi, Cupra Marittima (AP); nel 2009 Salve Maria, Man, Nuoro; nel 2007 Trilogia Volume II, Galleria delle Battaglie, Brescia. Tra le numerose mostre collettive in cui sono state esposte le sue opere ricordiamo le più recenti: nel 2012 Something Else!!!!, Antonio Colombo Arte Contemporanea, Come una Bestia Feroce, BonelliLab, Canneto sull’Oglio (Mn), nel 2010 Petite Verite, Galleria Il Castello, Trento.

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In un mercato del lavoro sempre più competitivo, le aziende devono faticare per attrarre e trattenere le persone migliori; esistono infinite ragioni per cui un collaboratore potrebbe decidere di licenziarsi in cerca di posizioni migliori: stipendio più alto, una sede di lavoro più vicina a casa, la prospettiva di un orario più flessibile… Ma spesso la causa più grande di insoddisfazione è molto più semplice: la noia.

esistono infinite ragioni per cui un collaboratore potrebbe decidere di licenziarsi

È successo a tutti: ti trovi a svolgere un’attività da così tanto tempo che diventa un automatismo e lavori con un occhio fisso sull’orologio. La realtà è che non tutti i ruoli possono prevedere cambiamenti costanti e sfide eccitanti. Ma senza un minimo di varietà, le persone saranno sempre più demotivate : la produttività ne risente ed il clima all’interno del team peggiora di giorno in giorno.

senza un minimo di varietà, le persone saranno sempre più demotivate

Cosa possono fare le risorse umane in azienda per rendere più stimolante il lavoro di ciascuno ed evitare la stagnazione?

Tieni traccia

Preparati ad ogni evenienza tenendo traccia di come evolvano le carriere di ognuno. Da quanto tempo ricoprono lo stesso ruolo? Quando è stato l’ultimo aumento di stipendio o l’ultima promozione? Quali possibilità di sviluppo e formazione gli sono state offerte? Ci sono senza dubbio persone che esplicitano chiaramente le loro aspirazioni, ma cerca di individuare coloro che non lo fanno: potrebbero segretamente guardarsi intorno in cerca di nuove opportunità.

Colloqui regolari con i collaboratori ti aiuteranno a comprendere come si sentano; il tuo software HR ti offre una fotografia reale della situazione della tua azienda così da comprendere se qualcuno meriti maggiori attenzioni.

Pensa proattivamente a come potresti riaccendere l’entusiasmo dei dipendenti o come aiutarli ad acquisire nuove competenze. C’è l’opportunità di un trasferimento breve in un diverso dipartimento? Puoi organizzare il lavoro in modo che ciascuno per un breve periodo possa affiancare un collega così da comprendere come i ruoli individuali si inseriscano nel quadro completo? Puoi assegnare a qualcuno un po’ apatico un progetto particolarmente stimolante? Osserva con attenzione l’organizzazione del lavoro all’interno di ciascun team. Compiti e responsabilità possono essere distribuiti per far sentire tutti coinvolti e creare team dalle competenze più varie possibile?

Quello che ti piace fare è ciò che sai fare meglio

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il

Primavera entra ma di sicurezza ne ha poca, è una primavera minuscola che si affanna ad affermarsi mentre già un po’ si ritrae. Procede combinando acquazzoni e raggi di sole, dovessimo mai rilassarci e farci scaldare. Una primavera che sa di bagnato, di maglione di lana, di cappuccino e termosifone. Una primavera ancora un po’ annoiata, ancora sonnacchiosa, incerta. A volte mi fa uscire a correre in calzoncini corti, a volte mi spintona fastidiosamente con l’aria gelida sulla nuca. Accenna un timido calore, per poi mostrarsi annoiata e ritrarsi quando penso di averla afferrata. Intorpidisce gli escursionisti, che temono piogge a funestare una domenica di cammino, e mi impedisce partenze in sopralluogo di cui ho davvero davvero bisogno.

Io intanto corro. Vado tutti i giorni, con indefessa pervicacia, cambiando orario a seconda del sole e delle temperature. E non dormo, mi sveglio tutte le notti tra le tre e le quattro con la mente che insegue un pensiero. Nell’attimo tra sonno e veglia cerco di afferrare i contorni di un’immagine, la linea logica di una riflessione, il battito del cuore di un sentimento. Ma niente. Qualcosa vuole uscire, ma non sa come, non trova la strada. E restiamo lì, sospesi, io e quel qualcosa, mentre Amleto mi guarda perplesso e riprende a russare. Io mi alzo, bevo un po’ di latte, leggiucchio il libro che ho sempre sul comodino, mi riaddormento, e mi sveglio di nuovo alla solita ora, un po’ più rimbambita del solito.

Non riesco a dare un nome a questa inquietudine, ma mi viene spesso in mente la frase di Nietzsche (per scomodare uno qualsiasi eh), che dice “quando tu guardi nell’abisso, l’abisso guarda in te”.

Ultimamente mi è capitato di pensare che alcune delle persone più intelligenti che conosco sono le più nevrotiche. Come se ci fosse una correlazione strettissima tra un uso intenso delle proprie circonvoluzioni cerebrali e l’insorgere di fissazioni, tic e paranoie. Le persone in cui vedo l’intelligenza pura, lo sguardo sul mondo che riesce a coglierne le sfumature e a sintetizzarne i profondi significati, coloro che si avventurano negli abissi del pensiero, è come se non potessero che riemergere da quelle profondità portando con sè anche il segno del disordine mentale, del caos che non riusciamo a sistemare mai completamente, del dubbio che un senso del tutto, alla fine, non c’è.

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